Pur deluso in maniera irrimediabile dallo schifoso mondo del calcio (e dichiarazioni come questa non fanno che rinforzare questo sentimento) ho deciso di sedermi ancora una volta in uno stadio, come hanno fatto Luca e Samuele.
Si tratta dello stadio virtuale di Amnesty International, creato per sostenere la protesta contro la guerra e il mercato delle armi. Sono seduto, da bravo fighetto, in tribuna sud, sul lato sinistro, nel settore S18, il che è un caso, ma neanche tanto. Se qualcuno volesse unirsi, dalle mie parti c’è ancora tanto spazio. Ecco, sarebbe stato bello creare un’area tutta di blogger. Se volete, siamo ancora in tempo. Ma chissà se Samuele e Luca possono cambiare posto?
Dopo essermi cosparso il capo di cenere per aver ancora una volta dimenticato l’acquisto de il Sole 24 Ore con il suo bell’inserto del giovedì Nòva 24 ho recuperato, grazie alla santa Università degli Studi di Genova, l’interessante pezzo scritto da Luca riguardo al passaparola.
Massimo critica un passaggio di Luca, che collega l’importanza data al passaparola nella scelta degli acquisti al successo dei blog. Luca fa l’esempio della Francia, e secondo me la sua idea è tutt’altro che azzardata.
Una prima osservazione interessante è che il passaparola funziona meglio della pubblicità nei paesi del cosiddetto occidente sviluppato. Nel sud del mondo, in Italia e in Giappone, le persone tendono a credere maggiormente alla pubblicità. Come collegare questo dato al successo dei blog?
Robert Putnam osservava come la fiducia tra le persone fosse fonte di un elevato capitale sociale; i paesi nei quali il capitale sociale (e quindi la fiducia reciproca) non è elevato difficilmente riescono a capitalizzare strategie di tipo win-win e a attuare economie basate sulla fiducia reciproca.
Ora, è evidente che un paese a basso capitale sociale conterà poco sul passaparola, proprio per la scarsità di fiducia reciproca e la tendenza a vedere l’altro come un avversario più che come una possibile fonte di arricchimento. Allo stesso modo, il blog, che è uno strumento basato sul dono reciproco, trova terreno più fertile laddove il capitale sociale è più elevato.
Pur non essendo direttamente collegati, quindi, blog e passaparola (ma anche, banalmente, il successo di eBay) sono ottimi segnali del livello di capitale sociale presente in un paese, ed è perfettamente plausibile che un’alta presenza dell’uno si accompagni a un’alta presenza dell’altro.
Mentre Vittorio Zambardino abbaia contro gli scienziati della comunicazione, Gianluca Neri e Carlo Felice Dalla Pasqua dialogano sull’annoso problema della citazione delle fonti.
Il Corriere ha la brutta abitudine di citare le fonti della rete solo se appartengono a siti “forti”, che possono rivalersi sul giornale. Se invece i contenuti provengono da blog e siti amatoriali, si preferisce generalizzare.
Un comportamento contro la deontologia professionale dell’Ordine, che invece è sempre più che solerte nel rimarcare l’inaffidabilità del blogger, e magari di usare l’arma della querela ogniqualvolta un giornalista si senta attaccato da questi oscuri personaggi.
A quando un dialogo aperto e sincero, privo di questi mezzucci? Da queste parti lo stiamo aspettando.
Dunque, io non è che li segua molto, questi mondiali. Il calcio, un tempo mia grande passione, mi ha stufato, e nemmeno le manifestazioni più “universali” come questa mi smuovono più di tanto.
Giusto le partite della rai in background, e un filo di curiosità in più quando giocano i fighetti in maglia azzurra guidati da quel signore antipatico un po’ alla polniuman.
Almeno una volta mi divertivo a guardare le partite inutili, quelle con squadre di paesi dei quali nemmeno conoscevo l’esistenza. Mai stato forte in geografia, d’altronde.
Ora, invece, c’è Sky, e i Mondiali, quelli veri, li paghi. Ma questi signori di Sky che hanno cercato in tutti i modi di oscurare i canali cinesi che trasmettono in streaming, se ne sono accorti che molti utenti stanno tirando fuori dalle soffitte il vecchio decoder analogico, e le stesse partite le vedono dai canali tedeschi del satellite Astra? No, così, per sapere. Che faranno? Distruggeranno il satellite, o gireranno di casa in casa a sequestrare vecchi decoder che fino a ieri erano inutili ammassi di plastica e circuiti?
Gianni Riotta titola il suo pezzo sul Corriere in maniera un po’ roboante, forse a voler fare il verso alle stesse persone che critica.
“Il lupo dei giornali divorerà l’agnello dei blog. Ed è un bene”, strilla il giornalista. Ma il suo articolo merita un’attenta analisi, si tratta di un punto di vista, per quanto discutibile, autorevole e ragionato.
Ma andiamo con ordine.
Il punto che trovo assolutamente condivisibile dell’articolo di Riotta è la critica alle eccessive affermazioni provenienti dal convegno a tema blog di Las Vegas, ed in particolare a Markos Moulistas, che con troppa fretta dichiara la non attendibilità dei media e la loro morte in favore dello user generated content. È verissimo invece che i media non si uccidono l’un l’altro, ma si influenzano, convivono, evolvono insieme. E chi scrive è fermamente convinto che i blog cambieranno sì il nostro rapporto con l’informazione (qui in realtà il discorso è più ampio e complesso, ma semplifichiamo), ma vivendo in simbiosi con i media tradizionali, che avranno sempre spazio.
Ma allora perché parlare di lupi e agnelli, se non esiste alcuna guerra, ma un nuovo futuro dell’informazione da costruire insieme e senza pregiudizi? In ogni caso, ho un po’ di dubbi sul fatto che le dichiarazioni di Moulistas non siano state male interpretate: al di là dell’oceano si è capito da tempo che non ci sono ostilità in atto, ma un futuro collaborativo.
Tornando a Riotta, comunque, cade in maniera anche maldestra su una serie di asserzioni a proposito del mondo blog prive di alcun fondamento reale. Dire che il 99 per cento dei blogger fanno copia e incolla di articoli di giornali e saggi, mi sembra francamente una grossolana esagerazione, oltre che un’affermazione non dimostrabile. Il fatto che ogni blogger abbia se stesso come unico lettore è poi opinione non suffragata dai fatti, che dimostra un’analisi dei fenomeni della rete con un parametro tipico degli old media, e cioè la sovrana audience. Il fatto è che qui le cose non funzionano in questo modo, e ha ragione Riotta nella sua conclusione: siamo indietro. Così indietro che continuiamo ad usare vecchi strumenti per analizzare nuovi fenomeni, non cavando così un ragno dal buco.
E così arriviamo alla critica a McLuhan e alla sua stracitata (anche troppo) frase. Quando il sociologo americano disse che “il mezzo è il messaggio”, egli voleva intendere un semplice fatto, peraltro spiegato nella frase immediatamente successiva (che stranamente tutti dimenticano). E cioè che le conseguenze individuali e sociali di ogni medium derivano dalle nuove proporzioni che essi introducono. Ovvero, come dice lo stesso Riotta “finché Gutenberg stampa Bibbie in latino poco male, è quando i torchi a stampa le riproducono tradotte in volgare che comincia l’era nuova”. Ma la bibbia in volgare riprodotta dai torchi a stampa, avrebbe potuto essere anche solo concepita senza il cambiamento di prospettiva introdotto dall’invenzione di Gutenberg? Il contenuto innovativo nasce anche dalle possibilità offerte dal mezzo: in questo senso il mezzo è il messaggio. Forse sarebbe l’ora di rivalutare l’opera del discusso McLuhan, almeno in parte. Su molti temi è stato alquanto lungimirante.
Per concludere, riprendendo il titolo del giornalista del Corriere. Sono spiacente. Nessun lupo divorerà nessun agnello. Ed è un bene. Non esistono lupi ed agnelli. Solo conversazioni. La scelta è, come dice spesso Paolo Valdemarin, tra tapparsi le orecchie e far finta di niente, e partecipare.