Ovvero il mio talk del BzaarCamp 2006 riveduto e corretto, integrandolo con le idee raccolte durante la proficua giornata milanese.
Qui trovate il PDF con le slide proiettate.
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Ovvero il mio talk del BzaarCamp 2006 riveduto e corretto, integrandolo con le idee raccolte durante la proficua giornata milanese.
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C’era un tempo in cui, intossicato collezionista di videogiochi, compravo abitualmente materiale dagli stati uniti e da Hong-kong. Gli appassionati veri, gli hardcore-gamer, sanno bene perché. Ero drogato di brutto, ogni settimana mi arrivavano due-tre titoli nuovi, e il bello è che ne completavo il 90%. Il fatto di lavorare per uno sviluppatore di videogiochi probabilmente aiutava.
Fatto sta che mi crogiolavo nell’esistenza di un mercato globale, nella possibilità di acquistare quello che volevo, ivi compresi titoli che la povera Europa snobbava, quando volevo. E a prezzi ragionevoli. Una settimana-dieci giorni e ricevevo a casa i miei titoli, spesso dal nome impronunciabile, che giocavo fino allo sfinimento, alla perenne ricerca dell’innovazione, in uno studio che potremmo definire filologico (palle, era droga).
Insomma, poi son successe un po’ di cose e ho iniziato a staccarmi dal mio hobby, fatta eccezione per Nintendo. E con questo i miei ordini verso gli Stati Uniti e l’Asia sono scemati fino ad annullarsi del tutto. La ripresa dell’università ha segnato ancge un cambiamento nel mio stile di vita, divenuto all’improvviso più morigerato.
All’inizio di quest’estate, però, ho deciso di riaprire e-Bay per comprare i regali di compleanno per la mia ragazza. Mi son detto che volevo qualcosa di speciale, personale e difficilmente reperibile. Così piazzo la mia offerta e attendo. Nel frattempo compro altre cosine interessanti da un negozio online australiano. E attendo anche lì.
Passano i giorni, le settimane, e nulla fa capolino nella mia casella di posta. Il primo regalo arriva appena in tempo, quando ormai sia io che il venditore (gentilissimo, va detto) avevamo perso le speranze. E alla richiesta di cinque euro e cinquanta scopro il delitto. La gestione dello sdoganamento è passato alle poste. Quello che una volta funzionava in maniera ragionevole, ora è nelle mani di un’azienda che ha fatto dell’inefficienza e dello scarso rispetto per il cliente la sua bandiera.
Luca Sofri recentemente ne scrive, su L’Internazionale e sul suo blog. E qui si aspetta ancora, dopo più di quattro mesi, l’arrivo dell’altro acquisto, quello del negozio australiano, rispedito altre due volte dalla ditta che ora ha pure smesso di rispondermi, probabilmente perché mi crede un truffatore. Telefonate a dogane e poste a nulla valgono. Nessuno può far nulla. Non era di alto valore, è vero. Ma la seccatura rimane. Possibile che una spedizione effettuata tre volte non riesca a superare la dogana? Forse arriverà un giorno, con chissà quale sovrattassa. E pensare che una volta comprare sulla rete era così facile.
Ma l’Italia deve sempre dimostrare la sua ambizione a far parte del terzo mondo, e quindi decide di uccidere il mercato globale, di castrare il commercio via Internet. Complimenti. E complimenti alle nostre poste da Nuova Delhi. Nel frattempo dovrei ricevere anche il pacco da Valleyschwag. Il primo, e a questo punto, l’ultimo. Voi credete che arriverà? È stato spedito l’otto Settembre. Ai tempi della mia tossicodipendenza videoludica potevi tranquillamente prevedere il giorno di arrivo. E non sbagliavi quasi mai, se non di un giorno. Sarebbe arrivato, a quei tempi, sabato 16, o al massimo lunedì 18. Oggi, ancora nulla. Fanculo alle poste.
Qualcuno magari se lo chiederà. Perché scrivere un post sull’undici settembre il giorno dopo?
Domanda legittima, alla quale rispondo così. Sono passati cinque anni da quel giorno; capisco le manifestazioni in ricordo di un evento tragico, ma mi piacerebbe che, ferma restando la necessità di non dimenticare quel che è successo, si guardasse un po’ più avanti con fiducia.
L’11 settembre è stato un enorme spot pubblicitario alla cultura del terrore; se non siamo in grado di lasciarcelo alle spalle, allora significa che quello spot ha funzionato e che i terroristi hanno già vinto.
Sarebbe il caso, invece di iniziare ad aprire gli occhi e a meditare su tutti quei diritti che, dietro il paravento della sicurezza, abbiamo perduto.
E magari di, come fa Wired, notare come l’undici settembre sia stato l’evento catalizzante di una cultura basata sulla conversazione. Questo è il buono che possiamo tirar fuori da un’esperienza che ha minato tutte le nostre sicurezze.
Ieri sera ho visto Matrix. Si parlava delle teorie complottiste che vedono l’attacco alle due torri come un’abile mess in scena. Mi hanno fatto tristezza. Da una parte un Giulietto Chiesa confusionario e approssimativo, dall’altra un Gawronski che sottilmente avalla la tortura e pretende un’informazione unidirezionale, controllata e priva di dialogo. Odiose entrambe le parti, così perse a discutere sul nulla. Perché voglio dire, se dovessi pensare a un complotto, è inutile scomodare e mine, gli aerei fantasma, la squadra di demolizioni. Basta qualche eminenza grigia delle lobby del petrolio, un ex agente della CIA di nome Osama e l’intelligence magari manovrata che si gira dall’altra parte. Perché non si prova ad indagare lì invece di discutere sulle mine?
Ha ragione Paolo Attivissimo. In questo modo si scrive il Codice da Vinci e si fanno tanti soldi. Però, nonostante non creda ai complottisti, continuo a pensare che sia bello che non esista una sola versione dei fatti e che si sia innescata una conversazione. Perché, come dicevo prima, è proprio quello che abbiamo guadagnato dall’11 settembre.
Ancora una volta quelli del Corriere online dimostrano la loro posizione snobistica e irrispettosa nei confronti dei blog, anche quando forniscono il materiale per scrivere un buon pezzo.
Peraltro non sono nemmeno troppo aggiornati, visto che il blog di John Beer è in giro da tempo e lo conoscono in molti. La scusa è che ora è uscito un libro tratto da quel blog. Ma allora perché non mettere un link? Troppa fatica?
Update: ne parla anche restodelmondo che tra l’altro nota come, guardacaso, il libro in questione esce per Rizzoli. Fatalità.
Luca Conti di Pandemia ha segnalato l’inchiesta di BBC sui blogger; il sito della televisione d’oltremanica dedica ben cinque puntate al fenomeno più importante della rete sociale. Contestualmente alla presentazione del programma, il sito web dell’emittente pubblica una guida sui blog. Luca scrive che sarebbe bello tradurla in italiano. Io ho raccolto il suo invito e ci ho provato. La metto a disposizione di tutti, fatene quel che volete.
Note:
la versione originale del pezzo si trova qui.
Nell’articolo si fa riferimento a Myspace e Bebo per la creazione di pagine personali. Sebbene frequentate da persone di tutto il mondo, queste comunità sono comunque a base anglosassone. Per un italiano che volesse aprire un blog e che non avesse dimestichezza con l’inglese è meglio rivolgersi a servizi nostrani come Splinder, iobloggo e Bloggers.
Cosa sono i blog?
Un blog, o web log, è un diario online aggiornato regolarmente. Alcuni dei blogger più accaniti scrivono nuovi articoli più volte al giorno, ma la maggior parte è aggiornata quotidianamente.
Il post più recente è visualizzato in cima al blog, ed è caratterizzato da un titolo, del testo, l’ora in cui è stato postato e un link permanente allo stesso. I post spesso combinano testo, immagini e collegamenti ad altri blog. Technorati, il servizio di monitoraggio dei blog, calcola che esistano già 52 milioni di blog.
Molte persone utilizzano per il loro blog siti dedicati al blogging, ma i più esperti lo ospitano in un dominio personale.
Di cosa parlano?
Ci sono blog su qualsiasi argomento immaginabile. Tutti condividono la caratteristica di commentare o riportare eventi significativi per il padrone del blog. Può trattarsi di qualunque cosa dalle celebrazioni di famiglia, ai nuovi gadget, alla politica estera, ai programmi televisivi.
Alcuni artisti usano i blog per tenere aggiornati i fan, certi politici mantengono i contatti con gli elettori, e le aziende, attraverso i diari online, informano i clienti sui progetti a cui stanno lavorando.
Chi li legge?
La grande maggioranza dei blog hanno un’audience molto ristretta. Per esempio gli studenti in vacanza li usano per aggiornare gli amici e la famiglia sui loro viaggi.
Poche persone tengono un blog per diventare famose, sebbene molti hanno guadagnato notorietà attraverso i loro scritti e hanno trasformato il loro diario in un libro.
I blog di maggior successo hanno una vasta comunità di lettori, e le discussioni generate dai nuovi messaggi tendono a diventare più importanti dei messaggi stessi.
In alcune industrie, in particolare nel mondo tecnologico, i blog stanno diventando i luoghi nei quali le notizie arrivano prima.
Perché sono popolari?
La parola “weblog” è stata coniata nel 1997 da John Barger, ma già molto prima c’erano persone che usavano le pagine personali per mantenere un diario, un giornale, o una conversazione.
I blog sono diventati molto più popolari con la comparsa di strumenti facili da usare per la loro creazione. Questi siti e programmi hanno permesso alla gente di scrivere i loro articoli conoscendo le basi del word-processing e dell’uso del mouse.
Per questo moltissimi blog sono testuali, ma un numero sempre maggiore utilizza foto, video o audio.
Perché sono così importanti?
I blog sono diventati i portabandiera della nuova faccia del web, nella quale gli utenti collaborano per creare contenuti piuttosto che prendere semplicemente quello che le fonti mainstream offrono loro.
Un numero enorme di siti offre ora strumenti per la creazione di blog; moltissimi siti di social networking come MySpace e Bebo permettono alla gente di creare uno spazio personale che possono gestire e aggiornare.
Molti blog e molti blogger sono diventati molto influenti, e le loro opinioni su un evento possono determinare il modo in cui esso viene visto dal resto del mondo.