Macchianera che vince il premio come miglior grafica?
Ecco, questa è una di quelle cose che mi farebbero scrivere un trattato sul bonding.
Dai, su. Non so se la blogosfera sia intelligente, di sicuro è miope.
Macchianera che vince il premio come miglior grafica?
Ecco, questa è una di quelle cose che mi farebbero scrivere un trattato sul bonding.
Dai, su. Non so se la blogosfera sia intelligente, di sicuro è miope.
C’era un tempo di film di fantascienza a basso costo, fatti di alieni from outer space, di mostri radioattivi, di sensuali dark-lady.
Era un cinema ingenuo, commerciale e pop fino al midollo, regno di antieroi come Ed Wood. Non c’erano budget milionari, né effetti speciali; solo un accorato appello allo spettatore, che accettasse quel patto, che credesse per due ore alla magia, che sospendesse la sua naturale incredulità.
E oggi c’è un certo Larry Blamire, che armato di una telecamera mini DV, di uno scheletro rubato a qualche laboratorio di scienze e di poco altro gira The Lost Skeleton of Cadavra, con la voglia di omaggiare quel filone che esplose negli anni ‘50. Un minestrone di tutto quanto è Sci-Fi, trash fino al midollo, con attori spesso imbarazzanti e dialoghi al limite del demenziale.
The Lost Skeleton of Cadavra è un film eccessivo: a tratti parodistico, a tratti nostalgico, porta all’iperbole ogni cliché del genere, esaspera ogni tratto caratteristico, ma sempre con gli occhi di chi ha amato i tempi dei drive-in. A volte la pellicola fatica a scorrere, c’è la sensazione che si sia voluto mettere proprio tutto l’immaginario sci-fi a discapito di un po’ più di velocità nello svolgimento, ma nel complesso si tratta di un buon prodotto.
Da vedere se vi mancano i film anni ‘50, se ne avete le palle piene di tutti ’sti effetti speciali e se siete spiritosi e di mente aperta.
Da evitare, invece, se robe come il remake di Godzilla (eresia!) e le pellicole di Roland Emmerich sono il vostro pane quotidiano, e soprattutto se l’ironia vi fa difetto.
Volevo comunicare che la prossima settimana, per la precisione il 29 settembre, dalle ore 14, al campus universitario di Savona il qui presente sottoscritto e la sua amata saranno di fronte alla commissione di laurea. Ebbene sì, tesori belli. Qua non si scherza, e ci stiamo per laureare. Se qualcuno volesse venire a fare il tifo o (più probabilmente) a tirare i pomodori al sottoscritto, siete i benvenuti e a noi fa molto piacere.
Io dovrei passare abbastanza presto nel pomeriggio (per le duemmezza-tre) mentre lei è tra gli ultimi, porella, quindi credo che difficilmente potrà presentare prima delle quattremmezza-cinque.
Ma veniamo a quello che tutti vorrebbero (see) sapere: gli argomenti!
Io disserterò su: “Media 2.0 - conoscenza connettiva ed ecosistema dell’informazione emergente”, che sarebbe un modo roboante per dire effetti di internet sulla società.
Lei invece presenta “Il culto degli oggetti viventi”, ovvero: come fa tutta ’sta gente a comprarsi un ipod?
Quindi ricordate: se il 29 settembre non avete nulla da fare, son problemi vostri. Ma se davvero vi volete male, fate un salto. Sarà uno spettacolo avvilente.
C’era un tempo in cui, intossicato collezionista di videogiochi, compravo abitualmente materiale dagli stati uniti e da Hong-kong. Gli appassionati veri, gli hardcore-gamer, sanno bene perché. Ero drogato di brutto, ogni settimana mi arrivavano due-tre titoli nuovi, e il bello è che ne completavo il 90%. Il fatto di lavorare per uno sviluppatore di videogiochi probabilmente aiutava.
Fatto sta che mi crogiolavo nell’esistenza di un mercato globale, nella possibilità di acquistare quello che volevo, ivi compresi titoli che la povera Europa snobbava, quando volevo. E a prezzi ragionevoli. Una settimana-dieci giorni e ricevevo a casa i miei titoli, spesso dal nome impronunciabile, che giocavo fino allo sfinimento, alla perenne ricerca dell’innovazione, in uno studio che potremmo definire filologico (palle, era droga).
Insomma, poi son successe un po’ di cose e ho iniziato a staccarmi dal mio hobby, fatta eccezione per Nintendo. E con questo i miei ordini verso gli Stati Uniti e l’Asia sono scemati fino ad annullarsi del tutto. La ripresa dell’università ha segnato ancge un cambiamento nel mio stile di vita, divenuto all’improvviso più morigerato.
All’inizio di quest’estate, però, ho deciso di riaprire e-Bay per comprare i regali di compleanno per la mia ragazza. Mi son detto che volevo qualcosa di speciale, personale e difficilmente reperibile. Così piazzo la mia offerta e attendo. Nel frattempo compro altre cosine interessanti da un negozio online australiano. E attendo anche lì.
Passano i giorni, le settimane, e nulla fa capolino nella mia casella di posta. Il primo regalo arriva appena in tempo, quando ormai sia io che il venditore (gentilissimo, va detto) avevamo perso le speranze. E alla richiesta di cinque euro e cinquanta scopro il delitto. La gestione dello sdoganamento è passato alle poste. Quello che una volta funzionava in maniera ragionevole, ora è nelle mani di un’azienda che ha fatto dell’inefficienza e dello scarso rispetto per il cliente la sua bandiera.
Luca Sofri recentemente ne scrive, su L’Internazionale e sul suo blog. E qui si aspetta ancora, dopo più di quattro mesi, l’arrivo dell’altro acquisto, quello del negozio australiano, rispedito altre due volte dalla ditta che ora ha pure smesso di rispondermi, probabilmente perché mi crede un truffatore. Telefonate a dogane e poste a nulla valgono. Nessuno può far nulla. Non era di alto valore, è vero. Ma la seccatura rimane. Possibile che una spedizione effettuata tre volte non riesca a superare la dogana? Forse arriverà un giorno, con chissà quale sovrattassa. E pensare che una volta comprare sulla rete era così facile.
Ma l’Italia deve sempre dimostrare la sua ambizione a far parte del terzo mondo, e quindi decide di uccidere il mercato globale, di castrare il commercio via Internet. Complimenti. E complimenti alle nostre poste da Nuova Delhi. Nel frattempo dovrei ricevere anche il pacco da Valleyschwag. Il primo, e a questo punto, l’ultimo. Voi credete che arriverà? È stato spedito l’otto Settembre. Ai tempi della mia tossicodipendenza videoludica potevi tranquillamente prevedere il giorno di arrivo. E non sbagliavi quasi mai, se non di un giorno. Sarebbe arrivato, a quei tempi, sabato 16, o al massimo lunedì 18. Oggi, ancora nulla. Fanculo alle poste.
Pur non dicendo nulla di nuovo, mi è piaciuto molto questo post di David Weinberger che introduce la metafora delle noccioline gratis al bar per spiegare il concetto del freechasing.
Si tratta, in poche parole, di tutti quei beni che non accettiamo di pagare, pur riconoscendone un valore aggiunto. Come le noccioline nei bar quando prendiamo l’aperitivo (oddio, ci sarebbe da obiettare che in realtà quelle noccioline non sono mai del tutto gratis, almeno qui nella succursale italiana di Edimburgo, ma soprassediamo). E come la musica.
E niente, mi piaceva ’sta cosa delle noccioline e la parola freechasing.