È notizia di qualche giorno fa che l’E³, la più importante convention sui videogames del mondo insieme al giapponese Tokyo game show e all’Europeo ECTS subirà un forte ridimensionamento strutturale.
Il che, detto così, può sembrare trascurabile; dopotutto ci saranno sempre le presentazioni per la stampa, solo dislocate in vari punti di Los Angeles, all’interno di alcuni alberghi della metropoli californiana.
In realtà per capire l’entità del cambiamento bisognerebbe essere stati almeno una volta alla kermesse statunitense. Ho avuto la fortuna di essere lì in occasione dell’edizione del 2000, e devo dire che se ci fosse stato un Marc Augé ne avrebbe probabilmente scritto un libro.
E³ è in effetti la sublimazione del concetto di non luogo, mista ad una celebrazione del kitch di stampo tipicamente californiano. Una fiera durante la quale si dovrebbero presentare i prodotti, ma anche stringere alleanze, incontrare concorrenti, stipulare contratti, si trasforma in un hellzapoppin di colore, luci e musica assordante, nel quale la presenza delle booth babes la fa da padrona. Le ragazze in abiti succinti, provenienti di solito dai circuiti dei dance club e dei provini di Playboy stuzzicano la popolazione geek di questo pezzo di silicon(e) valley, che vaga per gli stand provando ogni singolo prodotto, e coprendosi di ridicolo per accaparrarsi il gadget cool di turno. Altro che Valleyschwag, all’inizio del ventunesimo secolo era una lotta dura.
Il fatto che tutto questo circo fatto di fiumi di birra, nani e ballerine abbia deciso di darsi una regolata può significare due cose, entrambe molto importanti; la prima è che può essere che finalmente lo showbiz dei videogiochi stia maturando, e stia uscendo da una fase adolescenziale fatta di caos primigenio per darsi finalmente una regolata e assumere un aspetto più consono alla mole di capitali che sposta. La seconda, tristemente la più probabile, è che l’intrattenimento elettronico stia attraversando un periodo di crisi. Avremo presto un nuovo crack?




