26-07-2006

La Società Digitale

Ho appena finito di leggere La società digitale, il nuovo lavoro di Giuseppe Granieri.
Mentre sfogliavo il volumetto, taggandolo ripetutamente con i Post-it nei punti che potrebbero essere utili alla mia tesi, mi sono accorto di due recensioni non proprio positive, una di Simone, l’altra di Vittorio.
Beh, io non sono d’accordo. Il libro di Giuseppe ben descrive i meccanismi della rete, e quello che oggi i processi di comunicazione in rete possono aiutarci a costruire. È molto facile, come fa Vittorio, squalificare aprioristicamente il lavoro di McLuhan e di Marcel Mauss, e scagliarsi sui cosiddetti profeti californiani. La verità è che questi pensieri andrebbero invece discussi e compresi un po’ meglio. Zambardino ride sull’economia del dono, e accusa Granieri di dimenticare la Cina. In realtà è lui a dimenticare che l’economia del dono esiste da quando esiste il mondo, e che la rete ne ha solo cambiato la scala. Prima se ne accorgeva solo la vicina alla quale chiedevamo lo zucchero, oggi se ne accorgono le major della musica, per dirne una. E la Cina non può esser parte di un libro che vuole valutare cambiamenti e possibilità, non prese di posizione dei governi che di fatto vietano la stessa esistenza della rete. Sarebbe come essere accusati, in un libro sugli effetti della TV sulle masse, di ignorare chi la tv non ce l’ha.

Simone si butta sul personalismo della storia, e francamente non mi sembra che Granieri la metta giù così. Lungi dal dire che prima la storia era interamente un processo top-down, l’autore evidenzia invece come, grazie alla rete, la voce della gente è più forte, per chi è disposto ad ascoltarla. La critica alla teoria ipodermica e soprattutto alla spirale del silenzio mi sembra confutabile; va bene che nessuno crede più che la TV faccia il lavaggio del cervello, ma è anche vero che oltre una debole negoziazione con gli ascoltatori, il messaggio dei media di massa è deciso quasi del tutto dall’alto. Ne è un esempio il G8, raccontato in modo distorto dalla TV, insieme a molti altri avvenimenti mediatici. La TV è comunicazione e come tale è costruzione di una realtà alternativa (Baudrillard), che per molte persone è l’unica possibile. La rete può innescare un processo multidirezionale e, cambiando le regole della comunicazione, è in grado di intervenire sulla costruzione della realtà. In questo senso, io credo, il mezzo è il messaggio.

E in tutto questo criticare le critiche è finita che non ho parlato del libro di Giuseppe. Per come la vedo io si tratta di un’ottima raccolta di idee, di un punto della situazione per capire dove siamo arrivati, per chiarirci cosa abbiamo capito del funzionamento della rete, magari per evitare di prendere cantonate la prossima volta che penseremo a problemi come l’atttendibilità, l’identità e il controllo. È un libro ben scritto e ben documentato, una ricerca forse non incredibilmente approfondita, ma che abbraccia un panorama vasto e complesso descrivendolo nel suo insieme.
È un libro che può essere tacciato di facile ottimismo, ma a torto: perché la descrizione di una tecnologia abilitante necessariamente deve focalizzarsi su quello che abilita. È chiaro che qua nella rete non sarà tutto rose e fiori. Ma perché le cose funzionino meglio, è utile chiarirsi come dovrebbero funzionare.

Per me è da leggere, senza se e senza ma.