31-07-2006

Un nuovo autore

Di ritorno dal weekend relax (mica poi tanto, son tornato distrutto, ma almeno ho la ricetta dell’Anima nera) trovo un altro interessante post di Antonio Dini che riflette sul concetto di autore, e su come questo necessariamente finirà per cambiare attraverso la rete.

Io sono d’accordo, e mi sembra che molte delle discussioni che hanno luogo in rete in questo periodo derivino proprio dal fatto che ci stiamo accorgendo di come molti dei concetti radicati in noi non abbiano più molto senso in una cultura di rete. Questi stessi dialoghi stanno anzi contribuendo a una nuova negoziazione di concetti anche profondi, come verità o identità, costruzioni sociali in qualche modo spogliate dei loro significati dalle nuove possibilità offerteci da questa tecnologia.

29-07-2006

Un po’ di relax

Ok, sto per partire. Qui si chiude per il weekend. Stasera concerto (dei Bishoonen, ovvio) e domani relax quasi totale. Con piccola review della tesi.

Ci risentiamo Domenica sera o più probabilmente lunedì.
Fate i bravi.

28-07-2006

Oscurità

C’è questo post di Antonio, che mi fa riflettere sui lati oscuri della comunicazione in rete, che interessano un po’ di persone, come Simone, al quale devo una risposta un po’ più articolata (ora mi manca il tempo, ma prometto che lo farò).

Per ora posso dire che credo che di vie non ce ne siano molte. O si cerca il progetto collaborativo, e allora si rischia la disonestà di qualcuno; oppure ci si chiude, rischiando di non sentire altre campane, e si porta avanti una tesi individuale. La rete non è una panacea, non serve mica per tutto. Questo potrebbe essere uno di quei casi in cui la sua utilità è limitata, perché rendere bene comune un progetto personale a cui si tiene, lo espone inevitabilmente a dei rischi.

Insomma, un bel dilemma da risolvere. Sarebbe utile se le licenze Creative Commons avessero un valore maggiore rispetto alla semplice fiducia reciproca.
Su questo problema, secondo me, varrebbe la pena di discutere.

27-07-2006

Il villaggio animale

Animal Crossing

Animal Crossing non è una novità. Esiste in Giappone dai tempi del Nintendo 64. E, passando su due piattaforme (GameCube e Nintendo DS) l’impianto grafico è rimasto quasi del tutto inalterato, il che può far storcere il naso ai puristi della grafica fotorealistica.

Invece, a noi che i giochi li guardiamo nel complesso, tutto questo importa poco.
Importa che Animal Crossing sia stato presentato come un communication game, nel quale ci troviamo catapultati in un tranquillo villaggio di campagna, popolato da una serie di animali antropomorfi e piuttosto bizzarri. Noi impersoniamo l’unico umano (meglio, gli unici: fino a quattro persone possono abitare lo stesso paese) presente, appena giunto in città e pronto a vivere una vita a contatto con la natura.
Dalla pesca alla caccia agli insetti, dalla collezione di mobili, alla coltivazione e alla ricerca di fossili, il nostro personaggio potrà vivere e costruire relazioni con i suoi vicini di casa, in tempo completamente reale. Ecco quindi che certi pesci saranno presenti solo in certi periodi dell’anno, che in certi giorni arriveranno visite da fuori, e in altri si celebreranno feste paesane.

Ma perché communication game? Innanzi tutto perché per mantenere l’armonia nel villaggio è necessario interagire con i vicini di casa, parlare con loro, scrivere loro lettere. Ma ancora di più perché non tutti gli oggetti sono disponibili nel nostro paese, quindi spesso è indispensabile contattare qualcuno che abiti nelle città vicine, e mettere a punto degli scambi. Se le prime due versioni del gioco permettevano lo scambio attraverso un ingegnoso sistema di codici, che aveva dato vita a numerosissimi siti e forum di supporto, oggi Animal Crossing si avvale delle capacità WiFi del Nintendo DS, e diventa un quasi MMORPG. È infatti possibile, collegandosi ai server di gioco Nintendo, visitare nuove città, oppure invitare degli amici a visitare la nostra. L’operazione può determinare il trasferimento di personaggi da una città all’altra, e rendere il gioco più vario. Addirittura, essendo presente la possibilità di customizzare parti del gioco (texture dei vestiti, l’intercalare dei personaggi e il loro modo di salutare) è possibile generare delle vere e proprie mode all’interno del villaggio, e successivamente “esportarle” verso le altre città.

È vero, la grafica è bambinesca, e spesso ingenua (ho appena comprato un CIUCCIO per il mio personaggio…) ma Animal Crossing nasconde dietro una facciata semplicistica un prodotto di grande valore, un social game che, chissà, potrebbe estendersi ancora quando e se debutterà sul nuovo Nintendo Wii. Consigliato, mille volte, per capire la classe di un’azienda che continua a saper fare videogiochi. E li sa fare bene, bene, bene.

26-07-2006

La Società Digitale

Ho appena finito di leggere La società digitale, il nuovo lavoro di Giuseppe Granieri.
Mentre sfogliavo il volumetto, taggandolo ripetutamente con i Post-it nei punti che potrebbero essere utili alla mia tesi, mi sono accorto di due recensioni non proprio positive, una di Simone, l’altra di Vittorio.
Beh, io non sono d’accordo. Il libro di Giuseppe ben descrive i meccanismi della rete, e quello che oggi i processi di comunicazione in rete possono aiutarci a costruire. È molto facile, come fa Vittorio, squalificare aprioristicamente il lavoro di McLuhan e di Marcel Mauss, e scagliarsi sui cosiddetti profeti californiani. La verità è che questi pensieri andrebbero invece discussi e compresi un po’ meglio. Zambardino ride sull’economia del dono, e accusa Granieri di dimenticare la Cina. In realtà è lui a dimenticare che l’economia del dono esiste da quando esiste il mondo, e che la rete ne ha solo cambiato la scala. Prima se ne accorgeva solo la vicina alla quale chiedevamo lo zucchero, oggi se ne accorgono le major della musica, per dirne una. E la Cina non può esser parte di un libro che vuole valutare cambiamenti e possibilità, non prese di posizione dei governi che di fatto vietano la stessa esistenza della rete. Sarebbe come essere accusati, in un libro sugli effetti della TV sulle masse, di ignorare chi la tv non ce l’ha.

Simone si butta sul personalismo della storia, e francamente non mi sembra che Granieri la metta giù così. Lungi dal dire che prima la storia era interamente un processo top-down, l’autore evidenzia invece come, grazie alla rete, la voce della gente è più forte, per chi è disposto ad ascoltarla. La critica alla teoria ipodermica e soprattutto alla spirale del silenzio mi sembra confutabile; va bene che nessuno crede più che la TV faccia il lavaggio del cervello, ma è anche vero che oltre una debole negoziazione con gli ascoltatori, il messaggio dei media di massa è deciso quasi del tutto dall’alto. Ne è un esempio il G8, raccontato in modo distorto dalla TV, insieme a molti altri avvenimenti mediatici. La TV è comunicazione e come tale è costruzione di una realtà alternativa (Baudrillard), che per molte persone è l’unica possibile. La rete può innescare un processo multidirezionale e, cambiando le regole della comunicazione, è in grado di intervenire sulla costruzione della realtà. In questo senso, io credo, il mezzo è il messaggio.

E in tutto questo criticare le critiche è finita che non ho parlato del libro di Giuseppe. Per come la vedo io si tratta di un’ottima raccolta di idee, di un punto della situazione per capire dove siamo arrivati, per chiarirci cosa abbiamo capito del funzionamento della rete, magari per evitare di prendere cantonate la prossima volta che penseremo a problemi come l’atttendibilità, l’identità e il controllo. È un libro ben scritto e ben documentato, una ricerca forse non incredibilmente approfondita, ma che abbraccia un panorama vasto e complesso descrivendolo nel suo insieme.
È un libro che può essere tacciato di facile ottimismo, ma a torto: perché la descrizione di una tecnologia abilitante necessariamente deve focalizzarsi su quello che abilita. È chiaro che qua nella rete non sarà tutto rose e fiori. Ma perché le cose funzionino meglio, è utile chiarirsi come dovrebbero funzionare.

Per me è da leggere, senza se e senza ma.