Ne son passati di anni. Tredici, per la precisione, dai miei esami di maturità. Oggi guardo i telegiornali, vedo questi diciottenni in dolcegabbana che dichiarano di non aver dormito. Boh, io quella notte dormii come un angioletto. La mia maturità fu l’ultima in sessantesimi, o almeno credo. Mi sembra di ricordare così, ma che volete, l’alzheimer galoppa.
Ricordo un tema di italiano su una frase di Calvino. Hardware e software. Mi dissero che era troppo tecnico, che avrei potuto parlare del ciclo “I nostri antenati”, che avevo letto. Avrei potuto in effetti. Ma non c’entrava un cazzo a dire il vero.
Ricordo il compito di matematica, che non ci capii quasi nulla, e fui l’unico così scemo da non riuscirlo a copiare. Ricordo l’esercizio di informatica. Un programma in Pascal da scrivere a mano, sul foglio. Roba da matti. Chissà se nel frattempo l’han capito che per programmare servono i computer.
Ricordo la spocchiosa prof di italiano in commissione, che non accettò il fatto che il primo Verga fu influenzato dal Manzoni, che si rassegnò a darmi ragione dopo la mia ineccepibile dimostrazione con tanto di brani citati a memoria da Nedda, e per vendicarsi mi chiese un canto semisconosciuto del Purgatorio, e il Notturno di D’Annunzio. E io li seppi.
Ricordo l’interrogazione di inglese su Wordsworth pronunciato a sputazzi dalla vecchia in commissione. Che doccia, ragazzi.
E ricordo anche il trentasei col calcionculo per cinque anni passati a fare il minimo indispensabile con tutt’altro per la testa.
E vaffanculo, col cuore, a chi mi dice com’erano belli i tempi del liceo. Erano pessimi, tutto il resto è stato meglio, sempre.
Saluti, cari professori. Trentasei, ricordatevelo.




