Nel 1970 il linguista Roland Barthes dipingeva, ne L’impero dei segni, il Giappone visto da un Gaijin.
Un paese dominato da un segno che si svuota di se stesso, e si esprime nel centro di Tokyo, nella calligrafia della pennellata come un colpo di spada, nei tratti somatici cancellati degli attori Kabuki, nel sushi, nello haiku e nel pachinko.
Ne risultava un affascinate diario di viaggio, che capiva il Giappone nell’unico modo possibile. Senza cercare significati, ma cogliendone la pura essenza del segno.
Nel 2006 lo scrittore australiano Peter Carey ci racconta del suo viaggio nel Sol Levante assieme al figlio dodicenne. Un viaggio non tanto nel Giappone tradizionale dei templi, del teatro e delle spade, quanto piuttosto nel nuovo Giappone pop degli anime e dei manga, fatto di modellini di Gundam, mister Donut e ragazzi con i capelli a punta.
E pur non essendo paragonabile con la più profonda opera di Barthes, Manga, Fast Food e Samurai risulta un libro divertente e godibile, che sullo sfondo di un gap generazionale ci mostra uno spaccato di un paese che possiamo descrivere, ma che non capiamo e mai saremo in grado di capire. Perché siamo e resteremo gaijin.
Consigliato ai fan di Gundam e di Miyazaki, ai padri di questi ultimi preoccupati per gli strani comportamenti dei figli, a chi il Giappone lo odia, e a chi lo ama. E a chi, come me, questi anglosassoni che preferiscono le frittelle grondanti d’olio alla delicata essenzialità di un sashimi a colazione, proprio non li capisce.
Arigatoo gozaimasu.





