Vittorio Zambardino ha di recente postato un articolo sui libri Hacks editi da O’Reilly.
La notizia in sé è anche utile, io questi libri non li conoscevo e grazie alla sua segnalazione oggi mi sa che svuoterò un poco il mio portafogli. Ma non è questo il punto.
Il fatto è che il suo post ha sollevato qualche polemica nei commenti, da parte di Qix ed eiochemipensavo, che hanno evidenziato come l’articolo citato da Vittorio, in realtà, parlasse di altro (nella fattispecie di come leggere tali libri atttraverso Google print).
Ora, Vittorio se l’è presa anche troppo per la cosa, ha evitato accuratamente di fare marcia indietro, e a me pare non troppo giusto.
Quando si scrive su un blog non si sta comunicando in modo verticale, come avviene con i media tradizionali. Si sta anzi iniziando una discussione. Discussione che, non me ne voglia Zambardino, andrebbe portata avanti democraticamente, avendo anche l’umiltà di riconoscere i propri errori, quando si commettono.
Evidentemente Vittorio è ancora abituato alle dinamiche unilaterali dei vecchi media.
Luca De Biase fa notare come, secondo questo rapporto ISTAT, non solo i due terzi degli italiani ancora non siano raggiunti dalla rete, ma anche le motivazioni per le quali queste persone scelgono di restare fuori dal web.
Il digital divide italiano è soprattutto culturale. Non è una questione di denaro o di difficoltà di connessione: il 40,4 per cento degli intervistati senza accesso considera inutile connettersi all’internet, e il 31,2 dichiara di non esserne capace.
Ora, qui nei blog ce la cantiamo e ce la suoniamo su come è bella tutta questa conoscenza condivisa, su quanto siamo tutti più bravi, belli e intelligenti. E intanto la televisione lobotomizza tutti e il governo delle tre i ci lascia con due terzi degli italiani fuori dalla rete per incapacità o sfiducia nel mezzo.
A questo punto mi sembrano anche inutili i dibattitini sull’internet e la politica, perché è fin troppo chiaro che con un analfabetismo informatico così alto le preoccupazioni debbano essere altre. Volte soprattutto a muovere l’opinione pubblica verso un nuovo rapporto con l’informazione, più partecipato e attento, che richiede però un maggiore sforzo cognitivo.
Da cosa cominciamo?