Con la riforma appena varata dal Consiglio dei ministri, l’accesso al tesserino da giornalista sarà d’ora in poi vincolato al conseguimento di una laurea specialistica, o a un master riconosciuto dall’ordine.
Devo dire che sono piuttosto combattuto su cosa pensare di questa trovata.
Ritengo che il giornalismo italiano abbia un forte bisogno di legittimazione, e quale sistema migliore dell’università? È lo stesso presidente dell’ordine a fare notare come tutti si lamentino dell’ignoranza dei giornalisti. D’altra parte, però, aggiungere un ulteriore ostacolo per l’accesso ad una professione che ha comunque necessità di una grande esperienza sul campo sembra un grosso controsenso. Soprattutto se si pensa che, allo stato attuale delle cose, la preparazione fornita dalle università italiane non è certo delle migliori.
E allora che fare? Nel mondo globalizzato del lavoro flessibile si dovrà secondo me arrivare ad una caduta di lobby, baronie e corporazioni.
Non c’è spazio per l’etichettamento in un ambiente nel quale la parola d’ordine deve essere flessibilità a tutti i costi. Mi sembra che al giorno d’oggi la domanda alla quale è più difficile rispondere sia “che lavoro fai?”.
La risposta giusta sarebbe una sola. Meritocrazia. E flessibilità bilaterale.




