Ieri ascoltavo il Podcast della trasmissione di Andrea Pezzi, il tornasole.
Pezzi è uno che incontra il gusto del mio lato femminile, e ha sempre fatto trasmissioni innovative e divertenti. Probabilmente è per questo che appare così poco.
E insomma, nella prima puntata si parlava della difficoltà dei giovani ad accedere alle posizioni di potere. Nel complesso una puntata interessante, che ha visto prevalere l’idea secondo la quale i giovani non hanno gli attributi più per mancanza di un parere opposto che per motivazioni inoppugnabili.
Anyway, arriva la solita sassata. A un certo punto si inizia a parlare di università, e il deejay Linus dice la sua.
Secondo lui, la classe dirigenziale italiana è così vecchia perché i giovani non frequentano università scientifiche, preferendo buttarsi su Scienze della Comunicazione. Snocciola anche un paio di dati, e cioè che ci sarebbero 500.000 studenti a fronte di 5.000 posti nel campo della comunicazione.
Innanzi tutto vorrei conoscere la fonte di codesti dati. In ogni caso ho un paio di osservazioni da fare. Per quale motivo uno studente di Comunicazione non può aspirare ad un ruolo dirigenziale? È esclusivo appannaggio degli ingegneri? E allora Ricucci che è odontotecnico?
Ma soprattutto mi colpisce il dato dei cinquemila posti di lavoro nel campo della comunicazione. Mi piacerebbe sapere da Linus cosa comprende questo campo secondo lui, perché delle due l’una: o considera soltanto i posti in TV o in Radio (e allora mi dispiace, ma per me la comunicazione non è solo questo), oppure il nostro paese dà troppa poca importanza al ruolo del comunicatore. Propenderei per la seconda ipotesi: basta vedere la comunicazione del partito di maggioranza in Italia (della quale parleremo diffusamente nei prossimi giorni, ce n’è da dire), o le schifezze Morattiane dell’
Sui cinquecentomila studenti di Scienze della Comunicazione, avrei un rimedio efficace. Tornare al numero chiuso in tutte le facoltà. Ma che sia un numero chiuso serio, perché davvero non vorrei assistere a scene come quella di due giorni fa, all’esame di Organizzazione del lavoro.
Studente: professore… ma conta anche gli errori di italiano?
Professore: Beh… certo che se mi scrive “qual è” con l’apostrofo, non sono contento…
[A questo punto mezza aula sbianca. Prende la parola un altro studente, coraggiosissimo.]
Altro studente: Mi scusi, ma… non si scrive con l’apostrofo? Perché?
A parte che chiedere a un professore se conta anche gli errori di italiano mi sembra già un comportamento da espulsione immediata. Ma è possibile che un corso di laurea a numero chiuso, che dà per scontata la padronanza dell’italiano, di una seconda lingua, e di basi di informatica, possa annoverare tra i suoi allievi gente che non sa come si scrive “qual è”?
Questo è, secondo me, il vero scandalo.




