Dai e dai, qua dentro torno sempre a parlare di Lost.
Il fatto è che Lost è una serie che, al di là di ciò che se ne può pensare, mostra un altissimo livello di innovazione, e forse può servire da cartina al tornasole per capire dove andranno, nei prossimi anni, gli sforzi di sceneggiatori e registi.
La base della serie è chiaramente mutuata, come scrissi tempo fa, dal meccanismo dei reality show. Un pugno di personaggi in una situazione critica, e la conseguente osservazione della nascita e dello sviiluppo di dinamiche sociali di cooperazione e conflitto. Si tratta esattamente dell’obiettivo che un reality di buona fattura (e non i biechi riciclacelebrity che ci vengono propinati) dovrebbe prefiggersi.
Però in Lost c’è di più. Ovvio, altrimenti la serie sarebbe morta nel giro di due settimane. Gli sceneggiatori hanno inserito un mistero che si dipana lentamente. Nell’isola esiste qualcos’altro che ostacola la già dura vita dei naufraghi. Senza scendere negli spoiler, è qui che interviene il colpo di genio.
Da subito lo spettatore è costretto a farsi delle domande: cosa succede nell’isola? C’è qualcun altro oltre ai personaggi che conosciamo? Perché a volte accadono fenomeni apparentemente inspiegabili? Ma c’è di più.
In uno show classico, come ad esempio X-Files, o Twin Peaks, tutto (o quasi) è affidato al regista. Che attraverso il montaggio e la sequenza degli eventi guida lo svolgersi della storia, incuriosendo lo spettatore, ma senza, alla fine, chiamarlo a recitare un ruolo attivo nel dialogo che instaura. Può farsi tutte le domande che vuole, lo spettatore, ma il regista dice tutto quello che mette in scena. Nè più, nè meno.
Lost è in qualche misura differente.
Regista e sceneggiatori mettono in piedi il solito dialogo, solleticano la curiosità del pubblico, ma fanno un passo avanti. Gli danno una, seppur minima, possibilità di interagire. Sicuramente J.J. Abrams e il suo staff conoscono bene la rete, e hanno giocato moltissimi videogiochi della generazione post-playstation, perché hanno saputo inserire in Lost tutta una serie di informazioni non raggiungibili in modo convenzionale.
Ulteriori indizi su cosa stia accadendo nell’isola sono disseminati un po’ ovunque: su internet, attraverso alcuni siti ufficiali, ma soprattutto nella serie, accessibili scorrendo determinate scene fotogramma per fotogramma, o registrando alcuni brani di parlato e ascoltandolo alla rovescia. Lo spettatore qui è incoraggiato a investigare, a partecipare pur sapendo perfettamente che mai potrà scoprire più di quanto abbiano deciso i creatori del mondo. Un’interattività limitata simile a quella di certi videogames, che fa della fiction un’esperienza molto più coinvolgente del solito.
Questo ha due importantissime funzioni ai fini del marketing. La prima è evidente: Lost così funziona di più e diventa più appetibile. La seconda, invece, è un po’ più ingegnosa. E fa leva sulla creazione di una community e sul viral marketing che ne deriva: anche se gli indizi sono fasulli, e permettono di capire poco più di quanto tutti sanno, la sola loro presenza innesca un passaparola continuo e serrato, e la nascita di forum e community varie dedicate allo show. Che viene pubblicizzato e guadagna sempre più aficionados.




