
Sessanta anni fa, ore 8.15. Arcipelago del Giappone, isola di Honshu. Prefettura di Hiroshima. Gli orologi si fermano su un evento che cambierà per sempre la storia del mondo.
Oggi, alla stessa ora, la campana del Parco della Pace ha suonato davanti a una folla silenziosa.
Non so se il sacrificio di quasi duecentocinquantamila persone sia davvero stato necessario. A giudicare dal mondo che vedo oggi, forse no. Forse l’Enola Gay è stato solo il mezzo di un’esibizione di forza che ha consegnato agli Stati Uniti il ruolo di poliziotti del mondo. Ruolo che oggi mi sembra ci stia dando qualche grattacapo di troppo.
Quello che, senza retorica, dovremmo fare tutti è, molto semplicemente, non dimenticare.
Non dimenticare, soprattutto, che in barba ad accordi e disarmi, esistono ancora potenze nucleari. Che quel giorno di sessanta anni fa potrebbe tornare.
E forse può sembrare strano parlare di un cartone animato. Ma, pur non raccontando specificatamente la tragica storia di Hiroshima e Nagasaki, trovo che Una tomba per le lucciole (Hotaru no haka) sia da vedere. Perché è uno dei pochissimi film che davvero fa capire il significato della guerra.
Uscito nel 1988 e magistralmente diretto da Isao Takahata, Una tomba per le lucciole è narrato interamente attraverso i ricordi dello spirito del giovane Seita, dai primi bombardamenti, alla fuga con la sorellina Setsuko, ai vani tentativi di sopravvivere in un mondo che ha dimenticato i bambini.
Si tratta di un film duro, che non si nasconde dietro i miti dell’eroe tipici di film come Saving private Ryan, ma racconta la guerra attraverso gli occhi di chi, dalla guerra, ha tutto da perdere. Un capolavoro assoluto, come spesso capita passato inosservato nel nostro paese.

Su Hiroshima: Hiroshima Archive
Su Una tomba per le lucciole: Nausicaa.net




