
Oggi su Punto Informatico è comparso un interessante articolo su un nuovo corso di laurea inaugurato dalla Michigan State University. Si tratta di un corso in Game Design and development, e promette di affrontare il videogioco come il media complesso che è diventato, con spunti di visual design, psicologia e sociologia.
In realtà non è la prima volta che negli USA nascono iniziative di questo tipo; anzi, gli States sono stati tra i primi a capire quale fosse l’importanza di creare una solida figura professionale che fosse in grado di affrontare una scena che ormai ha poco da invidiare ai budget di Hollywood.
Appaiono nell’articolo considerazioni un po’ troppo ottimistiche riguardo alla situazione italiana, che a fatica si barcamena in un mondo che ancora non ha compreso. Per esperienza so bene che le software house italiane sono spesso entità raffazzonate da altri business, o con pochissime risorse finanziarie alle spalle.
Ma c’è di peggio.
In Italia non esiste la minima esperienza nello sviluppo di videogiochi. Anche le ditte presenti sul mercato da più tempo tirano avanti con un sistema antiquato, che non guarda minimamente alla gestione e al funzionamento di un gruppo di lavoro, che chiede ai dipendenti straordinari massacranti, senza ripagarli adeguatamente in termini economici.
Dall’altra parte, gli sviluppatori del nostro paese sono spesso allo sbando, non hanno la preparazione necessaria ad affrontare un lavoro molto difficile, perché non esistono scuole adatte, e spesso non conoscono abbastanza il panorama videoludico.
Insomma, una situazione desolante, alla quale bisogna aggiungere lo scarso impatto del videogioco nel nostro paese, trattato ancora come un media secondario, spesso ignorato, o bollato come attività non produttiva.
E invece perdiamo una grande occasione di diventare competitivi in un campo comunicativo importantissimo, e in grande espansione. Siamo diventati poco lungimiranti da queste parti.