Mighty Mouse era un vecchissimo cartone animato (il primo episodio risale al 1942) americano, creato da una certa Isadore Klein, che narrava le gesta di un fortissimo topolino. Una sorta di Superman che incontra Mickey Mouse, insomma.
Da oggi Mighty Mouse è il nuovo mouse Apple. Che è in grado di accontentare proprio tutti, dai fanatici del doppio tasto come Anti, a quelli che preferiscono la semplicità del tasto unico come me.
Il mouse che tiene il piede in due scarpe è composto da uno chassis dotato di sensore che può essere programmato per simulare uno o due tasti, da una pallina cliccabile che funge da scroller in tutte le direzioni, per arrivare ad altri due sensori laterali, ai quali possono essere assegnate varie funzioni.
Un mouse che guarda indubbiamente al futuro, data la scomparsa dei microswitch (se non sulla già citata pallina) in favore di un sensore che mi figuro simile a quello della ghiera dell’iPod. E soprattutto un modo molto furbetto di Apple per fare crollare finalmente il muro del secondo tasto senza scontentare chi si trova bene con il tasto unico.
Inutile dire che smanio dalla voglia di averlo qui.
Non so cosa l’agenda setting della tv generalista oggi ci propinerà. Io dico che sarebbe il caso non dimenticarci cosa successe 25 anni fa. Del 1980 mi ricordo scritte con la penna replay su quaderni di prima elementare, il grembiulino nero, e le attese nell’anticamera odorosa d’incenso della scuola tenuta dalle suore. I miei andavano al lavoro presto, e così ero sempre il primo ad arrivare a scuola. La mania mi è rimasta, ma questa è un’altra storia.
Quella che dovremmo tutti ricordare, invece, la lascio raccontare a uno più grande di me, che con le parole ci sa davvero fare. Sperando di non violare diritti d’autore.
Il bar della stazione della città di B. ronzava di gente. Erano i giorni di punta dell’esodo vacanziero. Truppe valigiate e zainate riempivano e svuotavano treni, attendevano stremate dal caldo, si accampavano nelle combinazioni più teatrali, dal presepe al bivacco militare. E soprattutto si accalcavano alle casse del bar, inseguendo glaciali lattine e rugiadose bottiglie che, una volta conquistate, reggevano alte sulla testa come ostensori, o cullavano maternamente tra le braccia. Soldati in divisa guatavano nordiche rosee, chitarre di alternativi sfioravano teleobiettivi di samurai, mamme monumentali controllavano diserzioni di prole, babbi carichi come somari tentavano, con l’ultimo dito libero, di tenere al guinzaglio un botolo scatenato dagli afrori. Pazienti ferrovieri fornivano indicazioni a suor-sergentesse di brigate rosariate mentre branchi di giovanetti si spostavano compatti, e le sponsorizzazioni delle magliette si confondevano con quelle degli zaini, tanto da farli sembrare un enorme polipoide pronto a scivolare dentro al treno da un unico finestrino.
Quattro africani, ognuno con boutique al seguito, cercavano di piazzare mercanzia con alterna fortuna, un quinto riposava sdraiato tra collane, giraffe e occhiali neri, come il sultano di una reggia in liquidazione.
Due vecchie vestite di nero, in transito dalle isole, tagliavano fette di provola per una nidiata di marmocchi in mutande. Un uomo obeso, sudato, beveva birra a collo e mostrava coraggiosamente al mondo due cosciotti da tirannosauro sboccianti da shorts fucsia con la scritta “SportLine”. Un barbone camminava reggendo nella mano destra una busta con la casa e nella sinistra il guardaroba.
Un’antilope bionda, bellissima, ambrata, avanzò tra i tavoli accendendo i sogni di tutti i militari presenti, ma ahimè, poco dopo la affiancò un Thor in canottiera traforata a riccioli biondi che educatamente si mise in fila troneggiando sopra brevilinei calabresi e sbarbine romagnole già rombanti in pole position per la discoteca.
Si attendeva il 9,06 in ritardo, il 9,42 speciale, il 10,00 seconda classe settori B e C. Tutti erano partenzapér o arrivodà.
Solo due clienti del bar sembravano indifferenti alla generale eccitazione, come separati dalla folla da un velo invisibile.
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