27-07-2005

Repubblica, il cinema e Sin City

Ascoltavo il Podcast di Repubblica sul cinema horror. Al microfono c’era Roberto Nepoti, critico cinematografico. Interessante il suo punto di vista su Romero e sui suoi trashissimi Zombie: i film sarebbero caratterizzati da una sorta di ironia sociologica. Gli zombie come società massificata, l’arroccarsi nella grande città, eccetera. Signor Nepoti, non ci aveva pensato nessuno, lo sa?

Misteriosamente la conduttrice sposta il discorso su Sin City (è un film dell’orrore Sin City? Mah). Il Nepoti, appena uscito da una spiegazione sulla dicotomia orrore-terrore, che francamente sa più di un lezioso giochetto di parole, si affretta a definire il lavoro di Rodriguez “una boiata pazzesca”.
Rincara poi la dose affermando che è un film fumettone per adolescenti che si è travestito da film serio ed è andato a Cannes.
Ovviamente quasi nessun riferimento al fumetto da cui è tratto, ci mancherebbe.

Il problema qui, secondo me, è uno solo. Non si può giudicare un film come Sin City solo dal punto di vista della trama. È vero. Dopo dieci minuti chiunque sa già come andrà a finire. Ma sta qui il genio. A Frank Miller, il creatore della serie a fumetti, interessa focalizzare l’attenzione sul piano squisitamente visivo. Non importa quello che dici, ma come lo dici. L’opera di Miller è una rivisitazione su carta dei clicheès del noir. E il film rispetta in pieno l’allucinata visione del fumettista. Questo era importante.
Un film tratto da un fumetto sarà sempre confrontato con il fumetto. Di più. Dovrà sempre essere confrontato con il fumetto. L’esperimento di Rodriguez per questo è straordinario: non ha scelto un mero adattamento, ma ha voluto riportare passo passo lo stile e la visione di Miller sulla pellicola. Ed è per questo che ritengo che il professor Nepoti abbia preso una bella cantonata, sottovalutando un interessantissimo film e bollandolo come “il solito film per teenager”. Perché invece non parlare dell’elegante gioco tra codici? Perché non analizzare la trasformazione di un’opera durante un percorso che va dalla pellicola alla carta stampata, e poi nuovamente alla pellicola?

Il conduttore ci arriva quasi, sottolineando l’ironia dell’iperbolica sterotipazione del detective Hartigan, nel film interpretato da Bruce Willis, ma viene liquidato dal critico, che si butta invece sull’ironia di Romero, che nulla ha a che vedere con Sin City.

La sensazione finale, ma potrei sbagliarmi, è di un gruppo di persone che non hanno idea di cosa sia Sin City, ma hanno visto un film del quale non hanno capito le qualità e lo stroncano tanto per fare. Forse Repubblica dovrebbe scegliere meglio i suoi esperti. Paolo Attivissimo ne sa qualcosa, mi sembra.