07-07-2005

God save the World

È abbastanza strano scrivere due post di seguito sulla stessa città.
Trovo difficile dire qualcosa di davvero sensato. Ancora una volta mi trovo nella condizione del voyeur, dell’uomo che guarda, dell’osservatore. Osservatore dell’ennesimo reality a cui non vorrei assistere.

Ha un che di un quadro di Magritte questa volta. Uomini in impeccabile tenuta grigia si aggirano calmi per la City, nonostante la testa fasciata e sanguinante. Tutto è immerso in un silenzio e in una calma irreali, o forse fin troppo reali. Gli unici a dire qualcosa sono i media, che snocciolano cifre, intervistano, fanno previsioni, azzardano paragoni con l’11 settembre.

Il terrorismo, a ben vedere, deve piacere tanto ai media. Nessuna guerra avrebbe la capacità di mantenere così sul chi vive l’opinione pubblica, a solleticarne i palati. Uno spettacolo sempre interessante, una morte che non perde mai significato. I morti qui sono i nostri vicini di casa, mica gli iracheni, che chissà cosa combinano. E le loro immagini appaiono una volta ogni tanto, come un programma-evento, e colpiscono. Colpiscono duro. Tanto che nessuno può fare a meno di guardare.

Altro che Live 8. Il vero spettacolo, lo show posmoderno, la kermesse definitiva è questa. Il simbolo di una città colpito, il fumo, i feriti, la polizia.
I londinesi si sono assicurati il terzo grande show dopo il live 8 e le olimpiadi. Lo spettacolo dell’attentato, il reality migliore sulla piazza.

Ora sta al mondo che guarda. Sta a noi, a noi tutti trarre le debite conclusioni. Sta a noi alzare gli occhi oltre lo schermo e guardare lontano, più lontano. Capire che la guerra è inutile, che i potenti del mondo hanno calpestato i nostri diritti per renderci migliori consumatori, ma alla fine ci hanno raccontato solo stronzate.
In quattro anni la guerra al terrorismo non ha fatto un solo passo in avanti.

Ora tocca a noi.

Prendiamoci, tutti, le nostre responsabilità.