A Ian Fieggen piace un sacco allacciarsi le scarpe.
Poi viene dall’Australia, un paese di cui mi hanno sempre affascinato i canguri e il fatto che l’acqua scenda dallo scarico del lavandino nella direzione opposta al nostro emisfero (cosa che sarebbe più interessante se sapessi in che direzione scende l’acqua nel nostro emisfero).
Per finire è un programmatore.
Metti insieme queste cose e otterrai un sito davvero bizzarro. Qui Ian ci spiega come ci dovrebbero essere circa due trilioni di possibilità di far passare le stringhe nei dodici occhielli di una comune scarpa da ginnastica. Ovviamente molti di questi metodi non sono per nulla funzionali, ma il buon amico australiano ne ha selezionati un certo numero effettivamente utilizzabili e per di più decorativi.
Se non dovesse bastare Ian ci regala anche una serie di sistemi per il nodo, tra cui uno velocissimo.
Quanto a me, credo che sperimenterò presto questo.
Fino a cinque, sei anni fa il browser era sinonimo di Internet. È vero, c’erano i newsgroup, ma è anche vero che l’esplosione dei forum ne aveva oscurato il successo. Così succedeva anche per i client IRC, soppiantati dalle chat via web. Si è arrivati, non molto tempo fa, alla webmail, col risultato che molte persone nemmeno usano un client di posta elettronica.
Tutto governato dal browser. Eppure credo che il futuro ci riservi una sorta di Big-Bang mediatico. Mi spiego meglio. Il browser è ovviamente poco adatto alla visualizzazione di un certo tipo di cntenuti Internet. Prendete i blog e i giornali. A oggi seguo quotidianamente una quarantina di siti di informazione e/o blog, grazie a un feed reader. Con il browser non avrei il tempo materiale di fare lo stesso. Ma non sono solo i contenuti web che si stanno staccando dal navigatore Internet. Con Konfabulator (reso gratuito da pochi giorni grazie alla joint-venture con Yahoo!) e Dashboard il desktop si arricchisce di tutta una serie di piccole utilities, alcune delle quali sono deputate a mandare informazioni direttamente sulla scrivania (toh, quello che Microsoft voleva fare con Active Desktop!), mentre altre forniscono un comodo e veloce accesso a pagine web infomative come le Pagine Bianche, gli orari dei treni o la wikipedia.
Credo che presto vedremo un grosso decentramento dei contenuti Internet, e un maggiore orientamento alla creazione di un’accoppiata contenuto-applicazione per fruirne. E il browser? Probabilmente rimarrà un punto di riferimento per approfondire la notizia, e un luogo dove mostrare i siti-vetrina e la pubblicità. Ma il grosso dell’informazione viaggerà su applicazioni parallele.
Ascoltavo il Podcast di Repubblica sul cinema horror. Al microfono c’era Roberto Nepoti, critico cinematografico. Interessante il suo punto di vista su Romero e sui suoi trashissimi Zombie: i film sarebbero caratterizzati da una sorta di ironia sociologica. Gli zombie come società massificata, l’arroccarsi nella grande città, eccetera. Signor Nepoti, non ci aveva pensato nessuno, lo sa?
Misteriosamente la conduttrice sposta il discorso su Sin City (è un film dell’orrore Sin City? Mah). Il Nepoti, appena uscito da una spiegazione sulla dicotomia orrore-terrore, che francamente sa più di un lezioso giochetto di parole, si affretta a definire il lavoro di Rodriguez “una boiata pazzesca”.
Rincara poi la dose affermando che è un film fumettone per adolescenti che si è travestito da film serio ed è andato a Cannes.
Ovviamente quasi nessun riferimento al fumetto da cui è tratto, ci mancherebbe.
Il problema qui, secondo me, è uno solo. Non si può giudicare un film come Sin City solo dal punto di vista della trama. È vero. Dopo dieci minuti chiunque sa già come andrà a finire. Ma sta qui il genio. A Frank Miller, il creatore della serie a fumetti, interessa focalizzare l’attenzione sul piano squisitamente visivo. Non importa quello che dici, ma come lo dici. L’opera di Miller è una rivisitazione su carta dei clicheès del noir. E il film rispetta in pieno l’allucinata visione del fumettista. Questo era importante.
Un film tratto da un fumetto sarà sempre confrontato con il fumetto. Di più. Dovrà sempre essere confrontato con il fumetto. L’esperimento di Rodriguez per questo è straordinario: non ha scelto un mero adattamento, ma ha voluto riportare passo passo lo stile e la visione di Miller sulla pellicola. Ed è per questo che ritengo che il professor Nepoti abbia preso una bella cantonata, sottovalutando un interessantissimo film e bollandolo come “il solito film per teenager”. Perché invece non parlare dell’elegante gioco tra codici? Perché non analizzare la trasformazione di un’opera durante un percorso che va dalla pellicola alla carta stampata, e poi nuovamente alla pellicola?
Il conduttore ci arriva quasi, sottolineando l’ironia dell’iperbolica sterotipazione del detective Hartigan, nel film interpretato da Bruce Willis, ma viene liquidato dal critico, che si butta invece sull’ironia di Romero, che nulla ha a che vedere con Sin City.
La sensazione finale, ma potrei sbagliarmi, è di un gruppo di persone che non hanno idea di cosa sia Sin City, ma hanno visto un film del quale non hanno capito le qualità e lo stroncano tanto per fare. Forse Repubblica dovrebbe scegliere meglio i suoi esperti. Paolo Attivissimo ne sa qualcosa, mi sembra.
Sono giunto alla conclusione che le scorciatoie sugli angoli dello schermo per attivare Exposè non fanno per me. Meglio tre tastini, che ho deciso saranno F1, F2 e F3. Ah, che comodità.
Frega niente? Pazienza.
In cambio potrei dire che l’upgrade di Apple per iBook e MacMini mi sa tanto di presa per il cubo. Soprattutto perché i prezzi (ma solo in Europa) sono aumentati, e nemmeno di poco. Non si fa, cara mela. Rischi grosso così.